Quando esco di casa mia madre mi chiama Franco. Anche se ho già chiuso la porta. Di solito deve ricordarmi qualcosa: le chiavi, una commissione, il fatto che la felpa non si piega da sola. Oggi erano le chiavi. Ero convinto di averle nella tasca destra. Erano sul tavolo, esattamente dove le avevo lasciate.

Fuori dal campo mi vesto quasi sempre così. Felpa, pantaloni comodi, scarpe che non devo pulire dopo ogni passo. Esco a prendere qualcosa e finisco per fare il giro più lungo. A Padova conosco le strade abbastanza bene da sapere dove tagliare. Poi mi fermo a parlare e il vantaggio sparisce.

Sono nato qui, il 14 agosto del 2006. Qui sono cresciuto, ho aspettato gli amici sotto casa e ho imparato a portare un pallone anche quando nessuno aveva ancora deciso di giocare. I miei genitori sono di origine senegalese. Hanno scelto Franco anche perché volevano darmi un nome italiano, del posto in cui costruivano la nostra casa.

Ousmane è il secondo nome. Ugudubidu è il cognome. Non uso tutti e tre ogni volta che mi presento: dipende da chi ho davanti. Gli amici dicono Franco, sul campo sento più spesso Ugudubidu. Se qualcuno mi chiama da lontano, comunque, capisco soprattutto dal tono se vuole salutarmi o se ho dimenticato di fare qualcosa.

Quando esco di casa mia madre mi chiama Franco. Anche se ho già chiuso la porta.

Il Senegal fa parte della mia famiglia e dei viaggi fatti da bambino. Mi ricordo un campo di terra, il pallone che lasciava una scia di polvere e il bisogno di continuare a giocare anche quando era ora di rientrare. A Padova cambiava il terreno. Il problema di convincermi a tornare a casa restava uguale.

Adesso ho vent’anni e faccio ancora fatica a tenere il calcio dentro gli orari del calcio. Cammino e mi torna in mente un controllo. Sto parlando con un amico e ripenso a un passaggio che avrei potuto fare prima. Poi lui mi chiede cosa penso e capisco di essermi perso metà del discorso.

Sto facendo una prova al Ventoriva. Con Alessandro, il mio procuratore, mi confronto sui prossimi passi. Intanto preparo la borsa e cerco di dormire, senza rifare mentalmente un allenamento intero prima di spegnere la luce. Non sempre ci riesco. Il telefono sul comodino aiuta poco, quindi provo a lasciarlo più lontano.

Oggi, però, il giro in città me lo sono preso. Ho comprato quello che serviva, ho incontrato un amico e sono rientrato con le chiavi nella tasca giusta. La borsa per domani è vicino alla porta. Manca soltanto la borraccia: me ne sono accorto mentre scrivevo queste righe. Vado a metterla dentro, prima che tocchi ricordarmelo a mia madre.

Dal diario di Franco. Padova, Italia.